Marchi immaginari? Sì, in carta, cartone e cartapesta creati da Pedro Herraiz: le sue opere a Minorca
Vedo i quadri di Pedro Herraiz Águila da Esforaster, a Sant Lluís, dove sono esposti fino a fine ottobre. Colori, parole, cartone che diventa bue, colori che escono dalla cornice, un’etichetta di birra che sembra respirare… Amo la pubblicità vintage e mi hanno incuriosita. Così, mi sono detta: «Voglio conoscere questo artista!».
Scopro che Pedro non vive a Minorca. Il suo studio, quello di tutti i giorni, è a Madrid. Ma l’isola per lui non è un dettaglio geografico: qui vive sua sorella Aurora. Qui torna da anni e in fondo qualcosa di suo resta sempre.

Da quasi trent’anni è direttore creativo. Con il suo studio Rodil & Herraiz, dal 1996, costruisce identità visive e packaging per marchi veri, quelli che trovi anche al supermercato. Poi, da qualche anno, ha iniziato a costruirne di finti. E qui la storia è davvero insolita.
Pedro Herraiz, da designer a inventore di marchi immaginari
È la storia di un bambino che ama dipingere. I genitori lo hanno sempre sostenuto ma quando arriva il momento di scegliere una strada professionale, opta per il disegno grafico: più sicuro, più concreto. L’arte rimane lì, nel tempo libero, tra un progetto e l’altro.

Poi, correndo nel tempo, arriva la pandemia. E più tempo a disposizione. Quello vero, quello che normalmente ti mangiano gli appuntamenti e le scadenze. Pedro lo usa per tornare a lavorare con le mani, cosa che ha sempre fatto, in un modo o nell’altro.
L’ispirazione arriva dal suo stesso mestiere. Documentarsi per un brand, dice, significa imbattersi in pezzi graficamente straordinari. E a un certo punto ha pensato: perché non inventarne di miei? Da lì nasce “Imagine Brands“, il progetto che oggi lo definisce come artista: marchi fittizi, prodotti di consumo che non esistono, costruiti con lo stesso processo con cui nascerebbe un brand vero. Concetto, storytelling, colori, un pezzo emblematico. Solo che invece di essere in vendita su uno scaffale, finisce su un quadro. Come racconta anche sulla sua pagina e sul suo profilo Instagram.
Ironia, dramma e un gin nato nella Mancha
Le sue opere giocano su un equilibrio scomodo: leggerezza e ironia da un lato, temi importanti dall’altro. “Chaos” (2020), la sua prima etichetta di birra amara immaginaria, doveva essere allegra e invece gli è uscita drammatica. “Gloom Almazepam” (2024) parla di suicidio travestito da farmaco. “Succubus” (2024) è un “rimedio maschile” che dice più di quanto sembri.

Lui stesso ammette che i concetti critici e drammatici sono quelli che più lo attraggono. C’è un’eccezione più leggera, “Mirth” (2023), dedicata a un film di culto spagnolo: “Amanece que no es poco” (1989), di José Luis Cuerda. Pedro lo rivede almeno due volte l’anno e lo reinterpreta con un London Dry Gin nato nella Mancha, «un distillato di buon gusto, immaginazione sfrenata e dialoghi geniali».
In due anni ha realizzato una dozzina di opere di dimensioni importanti. Ha iniziato a esporre a fine 2024, partecipando a una decina di mostre tra collettive e personali e ha ricevuto alcuni premi. Poi, nel 2026, ha scoperto Esforaster ed è grato a Abraham e Luís per per l’offerta di esporre le sue opere.
Minorca e i suoi luoghi segreti ormai troppo noti
Poi c’è Minorca e, data la sua lunga frequentazione, gli chiedo senza troppi giri di parole: com’è Minorca oggi per te? La sua risposta non lascia spazio a diplomazia. Per lui, è peggiorata.
Quello che rendeva speciale l’isola, dice, era la sua solitudine, i luoghi misteriosi e piccoli, la sua natura. Tutto questo sta scomparendo sotto il peso del turismo e delle esperienze standardizzate. Ricorda quando l’aeroporto accoglieva un solo aereo e si camminava a piedi fino al terminal. Oggi anche la cala più nascosta va raggiunta entro le otto del mattino o la trovi già piena di gente in cerca del selfie perfetto: i posti segreti, ormai, sono tutti su Instagram.

Quello che più gli manca è quell’autenticità minorchina che ha conosciuto e amato profondamente. Qualcosa che non passa per esperienze gastronomiche simili a quella che vivresti a Madrid, Parigi, Londra.
I prossimi passi, tra carta, cartone, cartapesta
Pedro sa che i suoi quadri, fatti di carta, cartone, cartapesta, colla e colori acrilici sono opere fisiche ingombranti: non si smontano, non si arrotolano, sono difficili da trasportare. E se vuole portare “Imagine Brands” oltre Minorca, sa che dovrà ripensare anche il formato: quadri più piccoli, più semplici da spostare, da esporre, da vendere. Un compromesso che ogni artista, prima o poi, si trova ad affrontare: quanto della propria opera si può ridurre senza perderne l’anima.

«Vorrei fare cose con meno concetto e meno lavoro. Continuerò a sperimentare con la carta, voglio costruire con carta e cartone in maniera più spontanea. Continuo a imparare. La parte divertente è continuare a sperimentare con la carta per ottenere l’espressione e il dettaglio che mi piace. Anche se tutto è carta, e lo trovo un materiale straordinario, ogni quadro ha una sua tecnica», conclude sotto lo sguardo attento dei due Border Collie di sua sorella.
C’è qualcosa che mi lega a questa materia. Da giornalista, di carta ne ho maneggiata parecchia: ritagli, titoli, parole, collage improvvisati con pagine di vecchi quotidiani. Ma la carta di Pedro è un’altra cosa: diventa corpo, diventa bue, diventa storia. La mia si fermava al foglio, la sua prende forma e si stacca dalla parete.
Sono curiosa di vedere dove lo porterà questa sperimentazione continua. E mi auguro di ritrovarlo, il prossimo anno, ancora da Esforaster, a Sant Lluís, con altre storie immaginarie da raccontare e condividere.







