Virginia Acciardi e l’arte di reinventarsi a Minorca
di Gloria Vanni
Nome: Virginia
Cognome: Acciardi
Nata a: San Giovanni in Fiore (Cosenza)
Professione prima di venire a Minorca: manager in un ristorante a Londra
Professione a Minorca: addetta nella ristorazione e… altro ancora!
Ci sono persone che arrivano in un luogo come se rispondessero a una chiamata. Non la sentono subito, non la interpretano come destino. La seguono e basta. Solo dopo anni capiscono che quella voce, magari sommessa, stava già tracciando una rotta invisibile. Nata in un borgo di 15 mila anime, in una casa dove passavano vento, fratelli e camion che riportavano il profumo lontano dell’Europa, Virginia cresce tra orti, vita semplice con i nonni e una sensazione di fondo: «C’è qualcosa che devo trovare».
Tre fratelli, mamma casalinga, papà camionista e quindi sempre in viaggio. «Per conoscerlo un giorno sono partita con lui. Era il 2006, siamo andati in Germania e c’erano i Mondiali di Calcio che abbiamo vinto. Quante emozioni quel viaggio!», precisa Virginia. Terminato il liceo scientifico, frequenta la Facoltà di Matematica per due anni, esami tutti “da 28”. Quindi, lavora in discoteca, ristoranti, negozi, modella dal vivo per pittori. Una vita piena, rumorosa, ma non sua. Qualcosa mancava.

Londra, la città che ti indurisce e forgia
A 26 anni parte per imparare l’inglese. Valigie enormi, pochi soldi e il coraggio necessario a cambiare vita. Londra la accoglie con la pioggia, il cemento e la sua prova più grande: sopravvivere. Uova e fagioli è la sua dieta. Lavora prima come lavapiatti in un ristorante enorme in Brick Lane, poi come cameriera, quindi diventa “Supervisor” (incaricata dei camerieri). Virginia racconta: «Linda, il mio capo, mi propose un ruolo in All Star Lanes, dovevo stare tre mesi in ogni locale per fare un training ai camerieri. Mi disse: “Voglio che tu trasmetta ai camerieri la tua passione per questo lavoro”. Sono stata in cinque ristoranti e un altro anno è volato». Londra la tempra, la graffia, la trasforma. E allo stesso tempo la isola: troppo grande e troppo veloce per lei. Il buddismo diventa la sua casa spirituale. Preghiere alle sei, volontariato, responsabilità nel gruppo “Giovani Donne”. Un’ancora nel caos.
Londra è una parentesi lunga sei anni che la prepara a tutto, ma non la trattiene. Quando il mondo si ferma, lei inizia a muoversi davvero. Nello spazio che la pandemia apre, entra Minorca. Ci arriva quasi per scherzo nel 2020, con uno zaino sbilenco: tre mutandine, un maglione, un pantalone tagliato e l’inseparabile Gohonzon, il suo altare in cartone.
I primi tempi a Minorca? Troppo silenzio!
Trascorre i primi giorni a casa di un caro amico, Lorenzo. All’inizio soffre il troppo silenzio e il troppo tempo. Poi accade ciò che accade quando la vita decide di farsi semplice: colori acrilici, danza, cucina, camminate a piedi scalzi e tempo in mare che somiglia a un abbraccio. Londra la richiama, lei risponde: «No». Il capo la chiama e lei si licenzia. La madre la chiama e Virginia dice la frase che divide un prima da un dopo: «Resto qui, a Minorca».
Cerca casa e incontra Claudia, così un caravan diventa stanza, rifugio, provvisorietà felice. Arriva Chiara, l’amica di sempre. Arriva la calma. Arriva il primo anno sabbatico: studio, ricerca, nessuna direzione certa. Ed è proprio lì che arriva la direzione.
L’educazione 0–3 anni: la scoperta di un talento
Un’amica buddista le suggerisce un corso di Educazione Infantile (in minorchino). Virginia si iscrive quasi per caso. I primi mesi sono un disastro: lingua sconosciuta, compagni giovanissimi, ansia, lacrime. Si dà una scadenza: «Se a Natale sto così, mollo». A dicembre non solo non molla, ma lei risulta tra i 10 migliori.
La Finlandia e Helsinki la aspettano. Un Erasmus difficilissimo, poi luminoso: la scuola cambia con il suo passaggio, bambini e maestre si affezionano a lei, a quel suo modo di creare spazi, con ordine e calma. È un tassello che non sapeva di trovare. Torna a Minorca, completa il progetto finale e lo presenta davanti a 15 persone venute solo per sostenerla. Ottiene la massimo riconoscimento: “Matrícula de Honor“. Il cerchio si chiude. O forse si apre.
Una vita fatta di mare, passioni e scelte radicali
Negli anni successivi Virginia lavora ovunque: cameriera alla Cantina all’Isola del Rey e al Ristorante Namaste a Cales Fonts, artigiana al Mercato del Claustre a Mahón. E, ancora baby-sitter (canguro in spagnolo). Organizza laboratori nella natura. Cuce, ricama, intreccia “esparto”. Danza, medita, cammina scalza. Entra nel movimento “Batucada Transfeminista“, scopre parti nuove di sé, si apre, sperimenta. Minorca le dà ciò che Londra le aveva tolto: tempo, ascolto, lentezza, autenticità. E anche dolore. La morte improvvisa di un’amica la costringe a fermarsi e guardarsi dentro. Va a fare volontariato nella Comunità Valenciana, poi a Mallorca. Rientra sull’isola e trova una casa nuova: quella dell’amica scomparsa. Il luogo dove oggi vive e che la cura.

Il presente: una donna che sa trasformarsi
Virginia è un’emotiva nata sotto il segno dell’Acquario, un turbine che però ha imparato la quiete. Crede che le opportunità arrivino a chi si apre. Si stanca della precarietà, ma non tradisce ciò che la mantiene viva. Sogna l’America Latina, i ricami delle nonne, un lavoro con i bambini che arrivi quando deve arrivare. Sale un gradino alla volta: l’esame B2 di catalano, la vita semplice, la tribù che ha creato sull’isola. Minorca non è solo casa: è un luogo che la rimette al mondo ogni volta. Alcuni arrivano sull’isola e restano. Altri invece vanno via. Lei resta perché, spiega, mescolando l’italiano allo spagnolo: «Minorca è la mia casa, mi consente di proteggere le mie passione e di disobbedire a imposizioni sociali che non amo… pratico meditazione, yoga e ballo: la danza è un grande lavoro di autostima».
Virginia, cosa consiglieresti a chi sogna di venire a vivere a Minorca?
«Se non hai paura di incontrare davvero te stesso, allora Minorca è il posto giusto», risponde Virginia mentre sorride e guarda lontano. Ho la sensazione che in questa frase ci sia tutto: la sua storia, il suo coraggio, la sua poetica fragilità. E l’isola che continua a chiamare chi sa ascoltare.





