Mattia Normanno: la felicità ha la forma di Minorca
di Gloria Vanni
Nome: Mattia
Cognome: Normanno
Nato a: Como
Professione prima di venire a Minorca: creatore di effetti speciali per film, animazioni e videogiochi a Tokyo
Professione a Minorca: addetto commerciale sportivo
C’è chi attraversa il mondo per inseguire qualcosa di più grande e chi lo attraversa per scoprire che la felicità, in fondo, sta nella semplicità. La storia di Mattia Normanno è un viaggio pieno di curve, cambi di rotta e continenti, iniziato in Italia, passato per la Gran Bretagna, arrivato fino al Giappone… e atterrato, finalmente, a Minorca. L’isola che gli ha restituito spazio, equilibrio e, soprattutto, pace.
Mattia cresce presto. Figlio unico, genitori separati quando aveva solo sette anni, una mamma lavoratrice che nel 1996 s’innamora perdutamente di Minorca e compra una casa nel cuore di Mahón. Lui scopre l’isola a 17 anni e è un colpo di fulmine. Minorca gli sembra un pianeta nuovo: chiara, selvaggia, quasi primordiale. Poche auto, atmosfere da Nord Africa, grotte abitate e botteghe che profumano di cose vere. Un luogo ancora grezzo, sincero, che ti chiede solo una cosa: vivi come sei.

Il gusto del viaggio, però, Mattia ce l’ha nel sangue. A otto anni è già in Marocco con la mamma. Da lì, ogni anno una nuova destinazione: Messico a 18 anni, poi Europa, poi il Giappone. Una vita intera in movimento, finché un giorno dice: «La globalizzazione ha reso tutto uguale». Così, da sette anni, non ha più voglia di scappare da Minorca e al massimo si concede qualche capatina tra Catalogna e Maiorca per arrampicare.
Già, Mattia è prima di tutto uno scalatore. Uno vero. Ama il contatto con la roccia, il silenzio che fa uscire la mente, l’istinto del corpo che si muove da solo. È appassionato di “bouldering“, la scalata sui massi bassi, senza corde: solo mani, piedi e un materasso per le cadute. Per lui è meditazione pura: «Arrivo, faccio la spesa, scalo, torno a casa quando ho finito la spesa». Semplice. Essenziale. Profondamente suo.
Ha una piccola comunità di amici scalatori, una ventina. Due o tre partner fissi. E poi, spesso, va da solo. Il figlio l’ha iniziato a seguire a tre anni ed è diventato fortissimo. La passione, quando è vera, si trasmette senza nemmeno provarci.
Anche il suo percorso professionale è una specie di arrampicata continua. Studia grafica pubblicitaria, tenta l’Accademia di Brera, fa il cameraman, il commesso, il visual merchandiser, il buyer di moda. A 25 anni si sposa ma il matrimonio dura poco. Scappa in Inghilterra. Prima Cambridge, poi Brighton, dove lavora nella moda e dove incontra Natsuko, la donna giapponese che gli ribalterà il mondo.
Supera l’esame Cambridge e sente che è il momento di cambiare ancora: segue Natsuko in Giappone. Tokyo gli insegna disciplina, resilienza, sacrificio. Studia giapponese intensamente, affronta difficoltà e sorprese continue. Quando Natsuko resta incinta, Mattia cerca un lavoro che gli permetta di restare. E lo trova in un’azienda pionieristica di effetti speciali.
Un ambiente di ingegneri e inventori. Lui non sa nulla di computer grafica, ma ha una mente internazionale e gli basta per essere assunto. È un lavoro senza soste, in altre parole disumano: 13 ore al giorno, tutti i giorni, per sette anni. Mattia spiega: «Uscivo che dormivano tutti. Tornavo che dormivano tutti. Ero la classica macchina da soldi giapponese».
A un certo punto prova a creare un marchio di arrampicata, poi lavora persino impermeabilizzando tetti col cognato. Ma è stanco. Vuole vita vera, non solo sopravvivenza. E dice quella frase che gli cambia tutto: «Andiamo a Minorca».

Arriva da solo, resta dieci mesi, mette insieme una base economica. Inizia ad allenarsi al poligono di Sant Lluís e gli propongono di insegnare. Poi, nel 2019 apre Decathlon e lui – sportivo nell’anima – viene assunto subito nel reparto montagna. La famiglia lo raggiunge poco dopo.
Haruto, suo figlio, entra alla scuola British di Sant Lluís, si integra in un attimo e ora parla italiano, giapponese, castigliano e catalano. Anche Natsuko trova il suo posto: cucina, produce capi di abbigliamento, crea oggetti artigianali, lavora nei mercatini. Si muove, esplora, costruisce.
Minorca è così: ti mette alla prova, poi ti premia. Mattia lo ripete spesso: Minorca è il suo paradiso. Un paradiso imperfetto, ma autentico. Aggiunge: «È un porto di mare: la gente va e viene, ma poi torna. Qui è tutto a misura di uomo». E lui, finalmente, respira: arrampicata, mare, camminate, amici, un lavoro che lo fa stare bene. E soprattutto la sensazione – rara e magnifica –, che ogni giorno abbia un valore. Tanto da dire: «In Giappone avevo paura di perdere la vita che scorreva. Qui no».
A novembre 2024 realizza un altro sogno: una casa con giardino a Son Vilar, Es Castell. Un rifugio. Un luogo da cui ripartire, ma senza fretta. Ha imparato a stare nel presente. A non proiettarsi sempre nel dopo.
Mattia, cosa consigli a chi vuole trasferirsi a Minorca?
Sorride e dice: «Consiglio di venire con poche aspettative. Dare tempo all’isola perché non è per tutti. Accettare la lentezza e le piccole cose. E ricordarsi che, per fortuna, non c’è un centro commerciale».
Questa è la storia di Mattia che ho conosciuto tra attrezzi da montagna e quando incontro un italiano che mi ispira ho una domanda inevitabile: «Vuoi fare una intervista con me e raccontare la tua Minorca?».
È passato del tempo e questa è la storia di un uomo che ha attraversato il mondo per liberarsi da tutto ciò che gli stava stretto: ritmi assurdi, lavori totalizzanti, città ingestibili. E che, in un’isola piccola e luminosa del Mediterraneo, ha trovato la sua misura giusta. Una storia di ritorni, certo. Soprattutto è una storia di radici ritrovate. Di una vita piena, semplice, profondamente vissuta. In fondo, non è la vita che vorremmo tutti?





