Claudia Canepa e Minorca: l’arte silenziosa di restare
di Gloria Vanni
Nome: Claudia
Cognome: Canepa
Luogo di nascita: Crevari (Genova)
Professione prima di venire a Minorca: animatrice turistica
Professione a Minorca: receptionist a Arenal d’en Castell
«La sabbia delle spiagge a Nord a me sembra pangrattato!». La guardo sorpresa. Nessuno mi ha mai descritto così le sabbie settentrionali di Minorca, arcobaleno di sfumature che virano verso il marrone, il rosso, il giallo… Sì, volendo anche il pangrattato. Con queste parole di Claudia inizia la nostra chiacchierata, un viaggio alle origini perché entrambe siamo nate in Liguria, io a Genova, lei a Crevari, una manciata di case tra Voltri e Arenzano. Un posto che profuma di focaccette e presepi, di mare e partenze. I luoghi di confine fanno questo effetto: ti insegnano presto che restare non è obbligatorio.

Dopo gli studi di arte e grafica pubblicitaria, dentro di sé Claudia matura una consapevolezza: non ama stare ferma e sogna un lavoro che sia movimento, incontri, stagioni che si accendono e si spengono. Così diventa animatrice turistica in Puglia, a Vieste, e poi in Sicilia dove impara ad andare in catamarano.
Corre l’anno 1998 e un giorno la sua mamma le telefona per dirle: «Ti hanno cercata dal Messico per un lavoro». Claudia parte. Playa del Carmen era ancora un paese e non una cartolina venduta in serie. C’erano solo la Quinta Avenida, il vento caldo, il mare pulito. Niente sargasso, nessun rumore. Vive l’uragano Mitch, vede le mangrovie sradicate, capisce che anche i paradisi hanno cicatrici. Lei le osserva, non giudica, ma non dimentica. Conosce una ragazza di Minorca che lavora in un resort accanto al suo. Le chiede cosa farà in estate. Claudia pensa agli Stati Uniti, a un’altra freccia sulla mappa. «Vieni a lavorare a Minorca», le dice lei. E quella frase, detta quasi per caso, le cambia la traiettoria.
Arriva sull’isola nel 1999. Ha 28 anni e già parecchie vite addosso. Africa, Russia, Messico. Minorca le sembra irreale. Tutto è pulito, calmo, ordinato. Come se qualcuno avesse abbassato il volume e la velocità del mondo. Ci mette un po’ a capirlo e il corpo, prima della testa, decide di restare. Lavora a Fornells. Animazione, reception, responsabilità. Le stagioni passano. Gli inverni li trascorre a Granada. Il suo spagnolo imparato a orecchio ha un accento andaluso che non se ne va. Nel 2003 smette di fare avanti e indietro. Non lo annuncia a nessuno. Semplicemente, si ferma a Minorca. Parla inglese, spagnolo, tedesco, catalano. Capisce il francese ma si rifiuta di parlarlo.
Claudia dice di credere nell’energia. Per anni la sua casa è stata una valigia. Come la capisco, l’amore per i viaggi è un’altra cosa che condividiamo. Poi arriva Ferreries dove sceglie una casa vera. Al pianterreno. Tre camere, un bagno, il patio con un pozzo. Travi a vista. Una stanza pensata per suo figlio. Le cose che contano, alla fine, sono sempre poche.
Conosce Biel, diminutivo di Gabriel, minorchino. «Non ci siamo sposati, siamo stati insieme sei anni, poi ognuno ha preso la sua strada». Nel 2011 nasce Gioele. È il punto fermo che non aveva previsto. Razionale, sensibile, diverso. Speciale. Gli ha insegnato a dire buongiorno a tutti e lui a volte si arrabbia quando non gli rispondono. E Claudia lo capisce. Più di chiunque altro.
Alla reception di Arenal d’en Castell passa di tutto: vacanze rovinate, aspettative sbagliate, stanchezze che non c’entrano col mare. Lei punta alla psicologia, in modo buono. Lavora con le persone. Le osserva. Le ascolta. Risolve problemi. Vuole che tutti tornino a casa con sorrisi e ricordi leggeri. È una sfida silenziosa, tutta sua. Ogni giorno guida da Ferreries a Arenal e aggiunge: «A Minorca esiste un codice non scritto: se incontri qualcuno che conosci, anche se sei in auto ti fermi, saluti, chiacchieri. D’estate questo codice si rompe. Ma d’inverno resiste. Come le cose vere». A Ferreries la chiamano “la italiana”. È l’unica a essere chiamata così. Non le pesa. Non si sente cittadina del mondo. «Non sono niente di speciale», dice. «Sono Claudia».
Cosa ti piace di Minorca, Claudia?
«Il mare, il verde che non ti aspetti, la calma. Quella che ti costringe a fare i conti con te stesso».
Cosa fai quando non lavori?
«Faccio la mamma con la “M” maiuscola. Poi, scarico la mia energia correndo e praticando sport come squash, tennis, spinning… Faccio la farinata – anche io! -, e ho fame di incontri e conversazioni che non restino in superficie».
Consigli a chi sogna di trasferirsi a Minorca?
«Minorca non è una fuga: è una scelta. Devi entrare nella sua cultura, devi rispettarla e accettarne il ritmo lento. Devi apprezzare la vita senza alterazioni e amare la calma. Se hai bisogno di rumore, quest’isola ti respinge».
Nel 2029 saranno trent’anni che vive a Minorca. Più di metà della sua vita. E forse il senso è tutto lì: Claudia non ha mai smesso di muoversi. Ha solo imparato a farlo restando. Perché a volte c’è un modo silenzioso di mettere radici. Non fa rumore, non chiede permesso, non ha bisogno di promesse. Claudia lo ha imparato qui, tra il verde dell’isola e il blu del mare che non pretendono nulla. Lo ha imparato guardando suo figlio, aspettando risposte che a volte non arrivano, scegliendo ogni giorno di restare umana. E forse Minorca è proprio questo: un luogo che non ti salva ma ti dà il tempo di salvarti da sola.





